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January 27, 2017 - NEws

  • Frank Iodice's latest novel, Un perfetto idiota, is coming out in Italy next February! 
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  • Jessica Levine (jessicalevine.com) is working on the English version and looking for an American publisher.
  • Frank Iodice will be Guest Speaker at Augusta University (Augusta,GA) on April 12. He will present his new novel and distribute free copies of his Brief Dialogue with Pepe Mujica (in English, Spanish and Italian).

Sept. 30, 2016 "Italian coffee hour at The Globe”

Circa 400 studenti sono venuti a mangiare focaccia farcita e a bere caffe’ insieme!
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Jobs and placement in Ph. D. Programs

Congratulations to:
  • Samantha Gillen now Ph. D. student in the Italian Studies Program at U Penn;
  • Giulio Idone now MA student in Eastern Literary and Cultural Studies at St. Andrews University, UK;
  • Natasha Palmer now adjunct lecturer at Troy University International Programs. Thanks to Natasha’s efforts Troy University will now be offering Italian!
Conference Participation:
  • Alex Gammon (Creative writing, 2015) will present the paper “Interpolating the ‘blah, blah, blah’: Rome’s Vocalization through Structure in La grande bellezza” at the 2016 SCMLA Conference in Dallas. This presentation was originally a paper written for Prof. Irene Zanini-Cordi’s Italian Cinema class (Fall 2015)
  • Frank Iodice (MA student in Italian Studies) will present the paper “Brief Dialogue on Happiness” at the 2016 SAMLA conference in Jacksonville. This presentation is based on his creative work “Breve dialogo sulla felicità” stemming from an interview with José Mujica, former President of Uruguay.
  • Natasha Palmer Sutherland (MA in Italian Studies, Florida State University 2015) will present the paper “Scandals of Paola Masino: Translating of Lesser-known Work” at the 2016 SAMLA Conference in Jacksonville. This presentation originated as a translation project conducted with Prof. Silvia Valisa in the seminar “Culture fasciste” (Fall 2015).
Fellowships and Grants:
  • Audrey Wheeler, a freshman and Presidential Scholar, is one of the winners of the prestigious IDEA grant ($4,000) for summer undergraduate research. Her winning project, Italy and Feminism: Caroline Crane Marsh’s Account of Nineteenth Century Gender Roles, stems from research conducted during her experience working as a UROP student with Professor Irene Zanini-Cordi on Italian literary salons and social networks. The IDEA grant allowed Wheeler to carry out archival research at the University of Vermont and in Florence, Italy, under the direction of Prof. Zanini-Cordi. This research will set the foundation for Wheeler’s Honors in the Major Thesis.
  • Devon Johns, a major in Italian and Philosophy, was the 2016 Winthrop-King recipient of the summer scholarship for study abroad in Italy. He studied at the Università per Stranieri di Perugia.
Internships:
  • Michelle Padilla (Major in Business and Italian) held a summer internship through the Italy-America Chamber of Commerce South East in Miami http://iacc-miami.com/about/
  • Matthew Martinez was selected for the SITE Internship program, an international agreement between select US Colleges and Italian high schools in the Lombardy region of Italy. Matthew will assist the science teacher and teach modules of the subject in English. He will be hosted by an Italian family from October 2016 through May 2017; a monthly scholarship (700 euros) will cover additional costs. For more information, visit SITE or contact Silvia Valisa.

Serata Italiana at Urban Market

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Intervista a Fred Kuwornu:  Il cinema per ritrovare la memoria

di Frank Iodice
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Il 17 novembre, il regista e attivista Fred Kuwornu è stato ospite del dipartimento di Modern Languages & Linguistics presso la Florida State University. Da circa sei mesi, il film-maker sta presentando Blaxploitalian nelle università e negli istituti di cultura italiana in giro per il mondo. Il suo film celebra cento anni di presenza di attori neri nel cinema italiano e racconta l’evoluzione dei loro ruoli, tutt’oggi decisi attraverso il filtro sociale degli stereotipi di genere, di razza o di credo. “I media sono le strade di una struttura sociale.” Con queste parole, il regista ha conquistato l’attenzione dell’auditorium del Center for Global Engagement e ha avviato un dibattito stimolante per gli studenti di cultura italiana e per chiunque si chieda le ragioni di certe dinamiche radicalizzate nella televisione italiana. “Il cinema può cambiare l’atteggiamento passivo dei cittadini e far sviluppare in loro uno spirito critico necessario per uscire dagli stereotipi,” ha detto Kuwornu. “Alcune serie su Netflix ci stanno riuscendo meglio rispetto a quelle italiane. Nessuno sta pensando in questo momento a come rinnovare l’industria cinematografica italiana, che ad essere onesti è molto meno globale di quella americana. Spesso molte persone vi lavorano da più di quarant’anni e non danno molte possibilità a nuovi produttori, nuovi attori e talenti. Un problema di nepotismo più che un problema di pregiudizi”. 

Le diversità celebrate in Blaxploitalian, prima di tutte quella di pensiero, dovrebbero essere rispettate in ogni paese, in quanto caratteristiche diverse che ci rendono unici. Dopo la vittoria di Trump, si teme che ciò non accadrà negli Stati Uniti per i prossimi quattro anni. Ivy Jane, specializzata in Italian Studies, ha domandato: “Crede che dopo le recenti elezioni ci sia il rischio di una involuzione della rappresentazione delle diversità attraverso i media, come nel passato fascista italiano?” Una domanda che ha provocato un brusio nei presenti, ricercatori, professori, intellettuali e studenti, tutti letteralmente a lutto dopo i risultati surreali delle elezioni presidenziali. Ma la risposta per fortuna è stata ottimista. “Non credo che ciò possa accadere,” ha detto il regista, “anche perché negli Stati Uniti c’è molta più scelta, e l’industria privata è più forte. I new media sono molto diffusi e faranno il loro percorso; non credo che possano essere influenzati dalla politica. Le nuove generazioni, inoltre, utilizzano molto più i new media che la televisione.” 

Fred Kudjo Kuwornu, nato a Bologna nel 1971 da padre ghanese e mamma bolognese, è  l’autore di due documentari di successo, Inside Buffalo (2010) che ha ricevuto gli apprezzamenti del Presidente Barack Obama, di Bill Clinton, nonché del presidente Giorgio Napolitano, e 18 Ius Soli (2012) in cui si raccontano storie di ragazzi di seconda generazione, una risorsa immensa per un paese come l’Italia. Anche 18 Ius Soli, documentario grass root associato a una lunga campagna sociale, è stato apprezzato e pluripremiato. Più di 800 proiezioni in quattro anni hanno permesso a studenti di vari paesi di conoscere la situazione in Italia in materia di diritto di cittadinanza.

Oggi Fred Kuwornu vive a Brooklyn - New York, meta di emigranti italiani da almeno un secolo, ma viaggia spesso per adempiere il suo impegno sociale e civile. Il ruolo di attivista e quello di regista si fondono e si giustificano, danno significato al suo lavoro.

Ne abbiamo parlato nell’intervista che mi ha concesso l’indomani mattina, con grande entusiasmo, nonostante le pochissime ore di riposo, prima di ripartire per la prossima proiezione di Blaxploitalian: University of Florida, a Gainesville. Ci siamo visti alle 9 nel suo hotel, nel cuore di Downtown, e abbiamo registrato la nostra attesa intervista. Non è stato facile organizzarsi perché Fred si è trattenuto a Tallahassee solo per due giorni. Abbiamo parlato anche di un altro tema molto presente nei suoi lavori: quello della memoria. 

Downtown-Tallahassee non è caotico come Brooklyn-NY; la comunità è molto piccola, somiglia più a un paese che a una città, e c’è sempre un clima cordiale e amichevole anche tra chi non si conosce. Mentre chiacchieravamo seduti sulle due enormi poltrone bianche davanti all’ingresso dell’hotel, come due re della strada, ci sono passate davanti più volte le stesse persone e dalla seconda volta in poi ci hanno anche sorriso. Fred Kuwornu è uno di quegli uomini che nasce con una missione, una specie di marinaio, e poi ne fa la sua ragione di vita. Mi chiedevo, mentre ci mettevamo comodi e schiacciavo su rec, se la sua testimonianza servirà agli italiani per ritrovare la memoria che hanno perduto. 

La sera prima, avevo chiesto a Fred: “Gli italiani sono stati tra i più grandi emigranti nella storia del XX secolo, quindi dovrebbero imparare dalla sofferenza vissuta in prima persona ad essere solidali con chi oggi vive lo stesso incubo della fuga da paesi in guerra o dalla fame e dalla miseria. Blaxploitalian, attraverso 100 anni di storia del cinema italiano, ricorda anche questi diversi momenti storici. Credi che sia vero che – come dice Scarpati – gli italiani hanno perso la memoria?”

 

Fred Kuwornu: È vero, come dicevi ieri, che c’è una perdita da parte della popolazione italiana del suo passato di emigrazione. Ma non solo di emigrazione. Io ho la sensazione che questo sia un fenomeno purtroppo antropologico; tanti popoli emigrano o sono costretti a una diaspora – mi viene in mente anche la diaspora ebraica – e fino a un certo punto acquisiscono una sensibilità per quello che è l’altro. Ho la sensazione che il discorso non valga solo per gli italiani ma anche per altri popoli. Anche se l’italiano è il popolo europeo che forse è emigrato in più paesi. Ed è anche quello che emigrando ha dovuto iniziare percorsi davvero difficili rispetto ad altri popoli come gli inglesi, già presenti ad esempio in Australia, e divenuti la classe dominante. 

Frank: Quindi è difficile connettere l’identità dell’individuo con quella del suo popolo, in maniera verticale,dal passato al presente. È più orizzontale, secondo te, questa connessione. 

FK: Sì, è più orizzontale anche perché c’è da tener presente un altro fattore che non è solo l’emigrazione ma la memoria storica dei processi di immigrazione e di colonizzazione avvenuti in Italia. Dovrebbe essere insegnato agli italiani che sono gli italiani stessi il frutto dei più grandi esperimenti (involontari) di pluralismo che erano partiti dall’Impero romano. Ma anche durante il Rinascimento: la Repubblica di Venezia, di Genova, avevano numerosi scambi commerciali e c’erano persone che entravano nella repubblica e che ne diventavano poi esponenti importanti. Tutta questa contaminazione (contaminazione in senso positivo) è andata avanti almeno fino al 1700. Nell’800 poi ci sono state colonizzazioni di tipo più culturale, come i francesi, gli austroungarici, che hanno occupato parte dell’Italia.

Se ci fosse questo approccio educativo in Italia, probabilmente ci sarebbe una maggiore accettazione della diversità e dell’altro perché si capirebbe che storicamente questa esperienza ha sempre portato arricchimento. Ma manca questo passaggio storico della memoria e di conseguenza l’italiano si autodefinisce come se fosse un prodotto culturale, nato da un unico dna, senza contaminazioni. Una convinzione che possono avere certi altri popoli sulla terra, ad esempio i tedeschi o gli irlandesi, o i celtici, che in realtà per migliaia di anni non si sono mai mischiati né culturalmente né in alcun altro modo. 

F: Ieri parlavi anche della storia che è iniziata a cambiare dopo il 1860, soprattutto per la creazione delle identità. Parlando ad esempio dei tedeschi, proprio in quel periodo c’erano retoriche comuni nei paesi europei, si creava il tedesco come si creava l’italiano. E ancora oggi non sappiamo “cosa vuol dire davvero essere italiano”, come si chiedeva uno dei ragazzi che hai intervistato in 18 Ius Soli.

 FK: Beh, oggi ci si inizia a sentire un po’ più italiani rispetto a cinquant’anni fa. Ad esempio, negli Stati Uniti ho conosciuto la storia di alcuni posti, come Saint Louis, dove la prima grossa immigrazione fu quella di lombardi e siciliani, e nonostante fossero in un paese straniero ancora non si sentivano uniti, tanto che avevano due chiese, vivevano in quartieri diversi, perché’ l’aspetto culturale dell’essere lombardo, dell’essere siciliano, era molto più forte di quello di essere italiano. Oggi questo fenomeno si è attutito all’estero, dove il processo identitario diventa molto forte: che tu sia di Bolzano o di Palermo, si trovano molte più comunanze di quelle che ci sono in Italia. Ma anche in Italia ci si sente già un po’ più parte di una nazione, nonostante a volte nazionalità diventi sinonimo di intolleranza per l’immigrazione e altre volte i discorsi legati alla nazione diventino discorsi legati alla religione. Si tratta di un processo che si è intensificato forse negli ultimi 25 anni. Un processo molto lungo, nato con l’unificazione d’Italia, che ha avuto dei picchi di possibilità, di potenzialità, come la Prima guerra mondiale, un evento che ha coinvolto tutti gli italiani in una difesa della patria, voluta o non voluta, ma che comunque li ha coinvolti. Poi c’è stato il tentativo di Mussolini di ricreare l’italianità con il colonialismo, creando l’“Impero italiano”, come lo definiva lui. L’italianità si è un po’ “assopita” durante la Seconda guerra mondiale, per mille ragioni, e dopo la guerra il processo si è riavviato. E uno dei più grossi aggregatori è stato la televisione. La Rai, negli Anni ‘50, più che la politica e gli eventi esterni, ha avuto ad esempio un grosso ruolo di aggregatore culturale.

 F: I media hanno un ruolo fondamentale in questo senso; si potrebbero intendere come dei connettori educativi. Prima nominavi due parole chiave, educazione e diversità. Ma a volte sembra che attraverso gli schermi passi piuttosto una verità costruita.

 FK: I media sono come le infrastrutture dell’identità, le strade di una città, luoghi in cui puoi vedere transitare altre persone anche senza uscire dal tuo villaggio. Se non esci dall’ambiente in cui vivi, attraverso i media puoi vedere quello che hai intorno. E poi, come tutte le strade, sono anche delle connessioni che portano da un punto A ad un punto B ad un punto C e così via. Aumentando le possibilità di comunicazione di una persona, possono portarla a una crescita educativa e professionale e a ottenere diversi risultati. Risultati più o meno eccellenti, a seconda delle possibilità che questa persona ha di avere un potenziale identitario molto elevato. In questo momento, in queste strade, cioè nei media di adesso, è come se passassero solo un certo tipo di macchine, un certo tipo di guidatori, e l’accesso a tutte le diversità che compongono l’Italia non è consentito a tutti. Le persone che vivono in Italia vedono transitare un solo tipo di messaggio e, oltre a vederlo, aspirano a fare solo quello che vedono. La loro identità, il loro stesso potenziale, le opportunità, ne rimangono compromessi.

 F: Se tracciamo un percorso dei media in Italia, scopriamo che Cinecittà fu fondata da Mussolini e che oggi alcune grosse emittenti appartengono a personaggi che sembrano la sua reincarnazione.

 FK: Il percorso di costruzione dei media in Italia... Certo, Cinecittà negli Anni ‘30/‘40 ha avuto un ruolo importante. All’epoca probabilmente i media erano una novità, quindi il controllo da parte di certi gruppi, o politici o economici, era molto forte. Un po’ come quando c’è stata la rivoluzione di Internet e i primi che sono riusciti a sfruttarla hanno avuto vantaggi di controllo sulle masse. Però non credo che in Italia più di tanto abbiano influito nel dominare in maniera dittatoriale. Penso che abbiano influito nell’ammorbidire il senso critico delle persone, che è sempre un modo di controllare, ma meno invasivo. Penso che ci sia questa unione tra diversi gruppi e che i media siano legati alla pubblicità molto più che una volta. C’è un’unione ideale tra i media e chi controlla i media, e le aziende che devono vendere prodotti, prodotti che nella maggior parte dei casi sono anche nocivi per l’essere umano. Tutto mirato ad ammorbidire lo spirito critico dei consumatori e creare questa commistione tra media e economia.

 F: Durante il dibattito con gli studenti hai utilizzato spesso l’aggettivo lazy, pigro, quando ti riferivi ai media in Italia.

 FK: Certo, questo è anche un discorso molto italiano, ed è un discorso legato al monopolio. In qualsiasi situazione di monopolio c’è sempre pigrizia perché ovviamente non c’è più interesse a dover innovare. E anche se ci fosse da parte di qualche individuo, sarebbe frenato dall’ambiente che lo circonda. È difficile anche come singolo riuscirsi a proporre; immagino uno scrittore, come te, o uno sceneggiatore che lavora in un ambiente magari come la Rai: farebbe fatica, se fosse lui innovatore, perché purtroppo il sistema non glielo consente. Questo ambiente è presente in molti media, che hanno acquisito potere, e ovviamente non solo in Italia.

 F: Ti riferisci a Hollywood?

 FK: Hollywood, la Bbc fino a qualche tempo fa, anche se adesso sta cambiando; dopo molti anni di difficoltà a inserire attori anglo africani o anglo asiatici, la Bbc ha lanciato due mesi fa un Diversity & Inclusion Plan che entro il 2020 si ripropone di raggiungere il 50% nella rappresentazione di tutte le minoranze in ruoli importanti; il 30% rappresentato da british asian e black british, l’8% dalla comunità LGBT e il 3% dalle persone disabili. Un piano molto ambizioso, forse il primo che un’importante emittente televisiva abbia mai lanciato.

F: Potrebbe servire a sabotare il meccanismo degli stereotipi. Stereotipi dei quali sono vittime i produttori, gli sceneggiatori e – come spiegavi agli studenti – anche gli stessi attori.

 FK: Certo, gli attori che ormai hanno capito che c’è una logica di stereotipi non si vanno a proporre se pensano di non essere scelti. Un po’ come è avvenuto negli Stati Uniti: finché non c’è stato un presidente afro discendente, afroamericani che studiavano scienze politiche non hanno neanche valutato l’idea di diventare un giorno presidente del proprio paese. Un atteggiamento che è stato condizionato dai media. Media nel senso reale del termine, ovvero la società, quello che osserviamo tutti i giorni. Ogni volta che c’è una rottura di modelli, di stereotipi, c’è poi l’emulazione positiva di altre persone per poter fare qualcosa di simile o di meglio. Nel campo dell’industria cinematografica e televisiva gli attori neri non si presentano a volte, già temendo di non essere presi, ma anche i loro agenti non li propongono per casting in cui magari si cerca il fidanzato della protagonista che deve dire solo tre battute, perché ci si immagina già che il fidanzato della protagonista debba essere bianco, e propongono loro cast di soli neri con ruoli più importanti. Questo vale anche per quegli attori che potrebbero essere disabili; non c’è quel coraggio di osare, e anche i casting director si ritrovano a fare delle scelte in base a degli stereotipi.

 F: Uno degli attori che hai intervistato in Blaxploitalian raccontava di quando gli è stato detto: “Noi lavoriamo per stereotipi e tu non rappresenti uno stereotipo”. La frase di Denny Mendez è molto provocatoria, “è ora di smetterla, smettiamola di essere così provinciali!” Ma ritornando al nostro discorso sull’identità, sappiamo che gli italiani si sentono più legati alla propria provincia che alla nazione stessa. Tu dicevi che questo sta cambiando.

 FK: Ogni volta che arriva un cambiamento reale avviene anche un cambiamento nella percezione delle persone. Un cambiamento ci sarà, ma ci si interroga sui tempi con cui questo avverrà. Situazioni simili si sono verificate in altri paesi europei prima dell’Italia, e ci sono voluti 30/40 anni per avere miglioramenti, talvolta non in maniera pacifica ma con dei conflitti. La scelta che noi adesso abbiamo consiste nel capire se vogliamo riprodurre gli stessi conflitti o se invece vogliamo accompagnare il cambiamento evitando i conflitti. La società multi etnica inglese è passata negli anni ‘50/‘60 attraverso i riot, rivolte molto pesanti per i caraibici e gli afro discendenti. Una situazione di insofferenza arrivata agli estremi, erano stanchi della polizia: ogni volta che i poliziotti bianchi chiedevano un documento sembrava se ne facesse una questione di razzismo. Tutto ciò ha portato a conseguenze di conflitto. E solo dopo si è deciso – per fare un piccolo esempio – di assumere i primi poliziotti di origine africana o pakistana, o asiatica. Altri paesi come la Germania, hanno invece accelerato una dinamica di inclusione. L’Italia dovrebbe fare tesoro di questi insegnamenti, ma sembra aspettare che le cose cambino “naturalmente”.

 F: La realtà che c’è in Italia è di fatto multi etnica, come ci dicono le statistiche, nel giro di un paio di generazioni i cittadini italiani apparterranno a tante etnie diverse. Eppure sembra che le persone non lo vogliano vedere. Forse c’è bisogno di più lavori come i tuoi per mostrare soprattutto ai giovani che la realtà è ben diversa da quella rappresentata in televisione.

 FK: Sì, anche se è una soluzione temporanea perché per bucare davvero questo discorso serve altro. Penso a Balotelli, ad esempio, non tanto ai cori razzisti che hanno una loro matrice, ma a quando Balotelli esordì in Nazionale e portò a un’accettazione del fatto o comunque alla sensazione che il paese fosse molto cambiato. Purtroppo però non sono seguiti altri esempi. Il discorso nelle scuole ha un suo impatto ma è più forte il discorso cui accennavamo prima: insegnare la memoria. E il più grosso impatto sarebbe far vedere che la nazione multi etnica esiste, che esistono i poliziotti, i soldati, i professori, chi guida l’autobus, di varie origini. Purtroppo tutto ciò è assente e la responsabilità è delle istituzioni, per cui diventa più difficile anche il lavoro che si può fare nelle scuole. C’è un ritardo nella percezione che l’Italia è un paese multi etnico, dovuto all’incapacità delle istituzioni stesse di comprendere come comunicare a una società plurale.

 F: Quindi il discorso politico viene prima di quello culturale, paradossalmente.

 FK: A volte può essere sicuramente più importante. Ma sono convinto che i media possano anche anticipare le tendenze sociali. C’era una serie thriller in America intitolata 24, uscita tanti anni fa, con Kiefer Sutherland; nella prima stagione il protagonista, un agente dell’anti terrorismo americano, doveva proteggere da una minaccia il presidente degli Stati Uniti e il presidente – parliamo del 2001 – era afroamericano. La prima volta che in una serie c’era un presidente afroamericano. Questo ha non solo anticipato i tempi ma ha preparato una certa parte della popolazione a immaginare che certe cose potessero accadere. In Italia purtroppo non succede nulla di simile. Si dice ogni volta “sono ancora pochi” o “non sono ancora tanti”.

 F: Eppure i numeri che ci hai dato sono molto più che pochi. Si parlava nel 2012 di un milione di bambini, figli di immigrati. Pari al 10% della popolazione di giovani in Italia.

Pepe Mujica, ex presidente dell’Uruguay, nella sua ultima visita in Liguria, ha dichiarato che l’immigrazione in Italia rappresenta una salvezza e non una crisi, come viene invece dipinta da certi politici.

 FK: L’economia dell’Italia è legata anche all’immigrazione, che è una fonte di reddito, produce il 12% del Pil del paese, ma l’Italia non è un paese che promuove molto la libera impresa. Le piccole attività – che comunque sono dignitose perché fare il kebabaro ad esempio vuol dire aprire un negozio, dare lavoro a un paio di persone – rappresentano al momento un 7/8%. L’Italia, come sappiamo non è un paese in cui si possono investire 50/60.000 euro in una piccola attività, perché tra le tasse e tutto il resto… non si riesce proprio a decollare. Forse in Paesi strutturati come gli Stati Uniti, dove c’e’ la libertà di potere, e forze economiche ben strutturate, sicuramente in questo momento gli immigrati rappresentano una forza di Pil importante e riescono comunque a creare un fatturato di economia interna.

 F: Ci vogliono delle spalle forti su cui appoggiarsi, altrimenti non si può costruire nulla.

FK: Oppure ci vuole una cosa che è molto sottovalutata in Italia: sfruttare il talento delle persone. L’Italia in realtà avrebbe un serbatoio enorme di persone di diverse origini, che potrebbero creare dei ponti con altri paesi. E questo ancora non lo riesce a sfruttare.

 F: I ragazzi che hai intervistato per 18 Ius Soli, dove lavorano ora, in Italia o all’estero?

 FK: Una ragazza è andata a Londra. Valentino ha la Green Card, quindi probabilmente verrà a cercare lavoro o fare un PhD qui, i ragazzi di Napoli sono ancora a Napoli. Diciamo che una metà è uscita dall’Italia. C’è un’intera generazione che, delusa, qualche anno fa ha iniziato ad andar via. A Londra ci sono 500.000 italiani, ma a volte capita che ti giri e la persona che parla italiano dietro di te è nera.

F: L’identità italiana si ritrova più all’estero che in Italia. A Londra siamo tutti italiani, non importa il colore della pelle.

FK: Nei locali, quando c’è la partita, vedi tanti italiani che si abbracciano.

 F: Italiani di diverse origini. E di diverse religioni, magari… Si sta facendo tardi, dobbiamo andare in aeroporto! C’è ancora qualcosa di cui ti piacerebbe parlare?

 FK: Abbiamo parlato molto della memoria.

 F: Memoria che ritrovo nei tuoi lavori, come se si potesse creare un percorso.

 FK: Il primo (Inside Buffalo - nda) era un classico documentario storico, in cui si narrava una vicenda di guerra e poteva servire a darne una testimonianza. Ma è vero, riflettendoci bene, che anche negli altri si porta avanti un discorso simile. Anche Blaxploitalian parla di 100 anni di storia attraverso il cinema in fondo. Quello che stavo cercando di capire, comunque, è se esiste uno studio dietro e come vengono rappresentati i personaggi storici nei libri di scuola. Viene data davvero enfasi alla multietnicità, al pluralismo, o alcune cose vengono purtroppo equivocate? Anche il nome che portano, l’iconografia che li rappresenta, ogni nazione se li è un po’ inventati. Rifletto spesso sulla storia di Gesù, sul fatto che lui era ebreo, e questo non viene mai raccontato.

 F: Nell’iconografia cristiana, Gesù è biondo con gli occhi azzurri…

 FK: Nell’iconografia, nella religione stessa. Noi siamo convinti che tradurre in Jesus o Gesù, invece di usare il nome originario (Yeshu’a – nda) sia più interessante. Invece utilizzare il suo vero nome farebbe capire già che si sta parlando di una persona straniera. Se pensi che negli Stati Uniti a scuola si dedica più di un anno alla storia del Mediterraneo, dove dal 1400 in poi si è svolta gran parte della vicenda umana, la storia si potrebbe insegnare spiegando la sua multietnicità. Si usano spesso nomi latini, italiani e si finisce per credere che un personaggio sia italiano. Ad esempio per Sant’Agostino, che invece era africano. Un occhio di riguardo dovrebbe andare soprattutto alle materie religiose, che poi sono quelle più fraintese. I discorsi di nazionalità hanno spesso un substrato religioso, fin quando non si capisce che la religione era anch’essa un fenomeno multi etnico, attraverso le vicende dei protagonisti della storia del Cristianesimo ad esempio. Gesù era ebreo e Sant’Agostino, africano. Sant’Agostino, colui che con la sua opera ha più rafforzato la Chiesa cattolica romana di chiunque altri.

 F: Quando ero bambino, mi chiedevo come mai non si insegnasse la storia delle religioni piuttosto che una sola religione. All’epoca si parlava di religione di Stato e c’era la croce appesa proprio sulla testa della maestra.

 FK: Forse sì, anche io ho un’idea particolare delle religioni, come qualcosa che serve a trasmettersi un sapere. Sempre di più vedo elementi nel cristianesimo legati al paganesimo dei romani e mescolati con l’ebraismo. Nell’ebraismo invece vedo elementi presenti nei popoli africani, che poi sono i primi popoli dell’umanità, essendo nati in Africa, ad aver sperimentato qualcosa legato allo spirituale. La comunione era un rituale ebraico riutilizzato nel cattolicesimo e nel cristianesimo, ed era già presente nel popolo degli Ibo, originario della Nigeria. Anche il modo in cui mangiano molti africani, tutti dallo stesso piatto, è diventato comune ad altri popoli. Son tutte metafore simboliche che hanno delle preesistenze. Gli Ibo erano un popolo che ha viaggiato tantissimo. Una grossa parte dell’antico Egitto era fatta di neri provenienti da altre zone dell’Africa. Per cui, non so fino a che punto mi spingerei a raccontare la storia delle religioni. Probabilmente lo farei in modo un po’ più superficiale perché’ raccontarle tutte significherebbe svilire ognuna di esse e creare altri conflitti.

 F: Anche perché le religioni dovrebbero servire a unire piuttosto che a dividere. Mi viene in mente, per concludere il nostro discorso sulla memoria, un altro vettore sociale, la musica, autori come Fabrizio De Andrè, che ha raccontato il massacro del Fiume Sand Creek insegnando la storia degli indiani d’America a noi italiani. Ci sono pochi come lui, che hanno fatto lo stesso lavoro per raccontare la storia italiana.

 FK: Sicuramente. Purtroppo anche sulla storia italiana ci sono delle pagine oscure. Un’altra cosa che andrebbe insegnata è la storia dell’unificazione. Non viene mai data enfasi alla sua parte più cruenta e violenta, che è stata la conquista del sud e l’uccisione di tante persone definite banditi nei libri di storia. Non si racconta che le vere cause dell’unificazione derivavano proprio da questa bramosia dei Savoia nell’annettersi per deindustrializzare il sud e portare l’industrializzazione al nord. Ovviamente c’erano già gli interessi di Francia e Inghilterra. E poi l’emigrazione dal sud al nord, simile a quella cui assistiamo oggi con i rifugiati. I primi emigrati in America, che venivano da Napoli soprattutto, erano forse i rifugiati dell’epoca. Delle élite cui era stato suggerito di partire per non essere ammazzati.

 F: Con l’unificazione si parlava di “demonizzazione” del sud, per creare in quella retorica di fine ‘800 i buoni e i cattivi. Mostrare nelle scuole documentari su questi fenomeni di razzismo e di migrazione dal sud al nord potrebbe far comprendere meglio le dinamiche delle immigrazioni attuali. Raccontare la storia della nostra emigrazione del XX secolo potrebbe aiutare gli italiani a ritrovare la memoria…

FK: Sicuramente. Penso anche che oltre alla storia, una delle materie che dovrebbe essere insegnata a livello globale è la storia delle migrazioni. Con riferimenti ai vari popoli. La storia dovrebbe essere insegnata un po’ come voi qui insegnate l’italiano, non solo col packaging classico di lingua e grammatica ma sotto tanti aspetti diversi, attraverso tanti tipi di corsi, cercando di stimolare l’interesse degli studenti. Siccome la storia raccoglie tante esperienze del mondo, la migrazione deve essere forse scorporata e raccontata in maniera più specifica, un’asse nei programmi educativi, un po’ com’era l’educazione civica. Perché è qualcosa che coinvolgerà tutti prima o poi, sia perché si troveranno in paesi in cui ci sono degli immigrati, sia perché saranno loro stessi emigranti.

 F: La tua visione globale della memoria è molto affascinante Fred, e traspare in tutti i tuoi lavori, anche se apparentemente parlano dell’Italia. Anche in Black italiano sarà così?

 FK: Certo, con Black italiano sarà un po’ come è successo qui alla Florida State: raccontare storie di persone che, o sono transitate in Italia, o hanno i genitori uno italiano e uno africano o afrobrasiliano, e magari sono nati e cresciuti in Brasile, in Canada o in Africa. Sarà un lavoro incentrato sulla multi identità. Ad esempio, a New York ho incontrato un ragazzo eritreo che parlava alla sua bambina in italiano, e mi ha raccontato che ha vissuto dai 3 a i 16 anni in Italia con i suoi genitori che erano rifugiati politici. E adesso con sua figlia e sua moglie, anche lei eritrea, parla italiano, che è la lingua che ha sempre parlato. Mi sono detto che di persone come lui ce ne sono tantissime in giro per il mondo.

 F: Anche questo sarà un progetto lungo, che inizierà l’anno prossimo e si svilupperà su uno o due anni.

 FK: Sì, incomincio l’anno prossimo ma sto già lavorando per trovare delle storie, vorrei raccontarne 40. Black italiano nascerà come mini doc: ogni settimana o due rilasceremo una storia di 3 minuti, per un anno e mezzo. E poi, dopo un anno e mezzo, l’idea è di fare un documentario lungo con personaggi famosi, come Alicia Keys, persone che hanno tutte e due le discendenze, anche se magari non parlano italiano, o Kobe Bryant, che ha vissuto in Italia ed è molto legato a questo paese, per poi provocare, per dire che c’è il black italiano come c’è l’asiatico italiano e così via, e che il mondo si sta sempre più internazionalizzando.

 F: Scorporare la nazionalità dall’origine etnica. E adesso invece, continua l’avventura di Blaxploitalian! Dove vai oggi?

 FK: Adesso vado a Gainesville, sperando che mi diano la macchina!

 F: Hai ragione. Sbrighiamoci!

 La nostra chiacchierata è proseguita in macchina mentre accompagnavo Fred alla rent-a-car dell’Aeroporto. Tallahassee era calda e umida come se sul sedile posteriore ci fossero un frigorifero e un forno accesi. Tennessee Street era deserta, ci abbiamo messo meno di un quarto d’ora, ma è stato sufficiente per raccontarci un po’ di storie, che è quello che piace fare a entrambi e che ci ha forse fatti incontrare.

Un ragazzo con un grosso zaino da trekking in una mano e una giacca piegata con cura nell’altra, mi dava l’impressione di quegli antichi marinai che partivano per anni e portavano il loro sacco, con tutti i vestiti che possedevano, e un fiore che qualcuno in porto gli aveva regalato in segno di buon augurio. Un marinaio con una missione sa che la sua nave non può affondare.

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